Philosophia Pura - Un Forum Per Tutti e Per Nessuno

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"Il giullare nella forma della scienza."
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CITAZIONE (Sgubonius @ 18/10/2009, 03:08)
Il sano e il malato devono essere contemporanei, pura sintomatologia, rapporto immanente di affetti alla Spinoza. C'è "prima" (non si intende temporalmente, nè causalmente, ma ontologicamente) una volontà (di potenza, cioè di differenza) che tesse la sua tela sintomatologica e immanente. La gaia scienza è questo processo, per usare questa parola scelta da te, purchè la si intenda senza sviluppo finalistico.

il tuo interessante post ha proprio nel brano citato sopra il suo punto di forza e il suo tallone d'achille insieme.
infatti tutto quello che scrivi lo si trova già dentro il capitolo del cominciamento della scienza della scienza della logica di Hegel o nel primo cap di Ideen I di Husserl.
si tratta di volontà di differenza, ma anche volontà di diversità (i termini sono già perfettamente chiariti da aristotele nel glossario della metafisica, credo sia il libro 5)
allora forse si tratta di comprendere che c'è qualcosa di insopprimibile che è la relazione (senza la quale io non potrei aver qualcosa da conoscere), e che questa relazione è già Logos.

Forse risulterà addirittura che l’atteggiamento fenomenologico totale e l’epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzitutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa, ma che, al di la di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all’umanità come tale.
E. Husserl - la Crisi delle scienze europee e la Fenomenologia trascendentale

 
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Logos è una parola estremamente ambigua, se intendi con logos "linguaggio" posso essere d'accordo, nel senso che c'è un meccanismo di significazione all'interno della volontà, se intendi "razionalità" siamo forse un po' troppo oltre.

Non è tanto la relazione che è insopprimibile, ma quanto più la differenza. Se facciamo della differenza una relazione, la riduciamo al rapporto di due "punti" e ne neutralizziamo la potenza. In Hegel c'è questa dialettica, e infatti il risultato è un "punto" sintetizzato di dimensione infinita: la differenza è il negativo e il negativo è un passaggio, una relazione, un logos.

Allo stesso modo se postuli la relazione come prima cosa avrai sempre un dualismo. Non esiste immanenza della relazione, la relazione ha sempre sangue trascendente, è relazione "a qualcosa" di diverso, nell'immanenza la relazione è sempre e soltanto a sè. Evidentemente il problema è il medesimo di sopra: un regime della differenza è un regime di forze anarcoidi in cui una "logica" può affiorare solo successivamente, per effetto di esse, e come situazione locale di ripetizione e consistenza (come il soggetto in Hume per esempio).

"La verità è brutta, abbiamo l'arte per non perire a causa della verità" F.N.
 
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CITAZIONE
Non è tanto la relazione che è insopprimibile, ma quanto più la differenza.

la differenza è un modo di darsi della relazione. anzi, potrei persino concordare se mi dicessi che relazione e differenza (e quindi, dal mio punto di vista, Logos) è lo stesso (e dico "é" e non "sono" per significare l'effettiva identità di senso, di oggetto e di riferimento).

CITAZIONE
In Hegel c'è questa dialettica, e infatti il risultato è un "punto" sintetizzato di dimensione infinita: la differenza è il negativo e il negativo è un passaggio, una relazione, un logos.

si ma in hegel il punto mi fa capire il "resto" e il resto mi fa capire il punto: più potenza di così...
la differenza è il negativo, ma il negativo è l'Assoluto.
ecco perchè per Hegel l'assoluto si pensa come relazione di negazione (il maschio che è il non-femmina, il femmina non-maschio ecc). ovvero identità di essere e non-essere

CITAZIONE (Sgubonius @ 22/10/2009, 23:48)
Allo stesso modo se postuli la relazione come prima cosa avrai sempre un dualismo. Non esiste immanenza della relazione, la relazione ha sempre sangue trascendente, è relazione "a qualcosa" di diverso, nell'immanenza la relazione è sempre e soltanto a sè. Evidentemente il problema è il medesimo di sopra: un regime della differenza è un regime di forze anarcoidi in cui una "logica" può affiorare solo successivamente, per effetto di esse, e come situazione locale di ripetizione e consistenza

non ho capito.
ma sicuramente io la relazione non la postulo, la descrivo ;)

Forse risulterà addirittura che l’atteggiamento fenomenologico totale e l’epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzitutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa, ma che, al di la di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all’umanità come tale.
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La differenza in senso hegeliano è una differenza di matrice relazionale, e vale il discorso del negativo e dell'assoluto, che dimostra ancora come il pensiero di Hegel non stia mai "nel mezzo", ma consideri sempre dei punti di partenza e di arrivo. Come si può descrivere o anche solo pensare una relazione altrimenti? E d'altro canto come si può pensare qualcosa fuori dalla relazione? Questo è il problema fondamentale da cui nasce anche il concetto di gaia scienza (così come quello di differanza ecc...)

La scienza è relazionale nella sua forma, ed è quindi altrettanto hegeliana. Nietzsche mostra (proprio nella gaia scienza) come alla base di questa relazione (che è poi la relazione del "vero") c'è una fede, e porta questo problema all'estremo. Ecco il metodo genealogico, ecco la differenza come costitutiva di relazione e non solo come interna alla relazione. Non sono i punti che definiscono le linee passanti fra due di essi, ma è su delle linee che i punti si concentrano strutturandosi. Noi vediamo delle relazioni, degli effetti, senza poter indagare le cause (tornando a Hume: perdendo la relazione con le cause e con il vero dell'essentia). Ecco una Differenza che sta a monte, che è una potenza (non c'è potenza in hegel, c'è solo attualità), che è una volontà di potenza.

La volontà di potenza è un logos solo se intendi logos nel senso eracliteo o in senso molto finemente linguistico (nel senso di scrittura=differenza, anche se Derrida stesso mi pare che intenda con logos solo il linguaggio). strutturalista). Non è un logos se lo intendi come struttura relazionale. La differenza è quell'impensabile che dà da pensare, quel fuor di relazione che costringe a strutturare in relazioni. Unire i due è neutralizzare la potenza e la virtualità, è attualizzare, dialettizzare, scientificizzare.

Tornando un momento a Husserl: è vero che la relazione si descrive soltanto, che equivale a guardare degli effetti comparativamente, ma questo è eseguito integralemente solo se si evita di assolutizzare la relazione portandola allo stato di "relazione a" qualcosa di unico (generalmente il soggetto), ovvero se si evita di andare a ricercarne delle cause efficienti che trascendono l'equilibrio osservato. Questa sarebbe la virtualità fasulla di hegel: il punto nelle cose e le cose nel punto. Pensa invece alla coesistenza come è sviluppata da Bergson, sotto una forma contrattiva, ecco una immanenza di eredità spinoziana in cui le relazioni sono veramente del tutto descrittive, veramente immanenti (cioè relative solo a se stesse) e in cui la virtualità potenziale ha tutto il suo spazio di proliferazione come creazione. Una gaia scienza.

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CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La differenza in senso hegeliano è una differenza di matrice relazionale, e vale il discorso del negativo e dell'assoluto, che dimostra ancora come il pensiero di Hegel non stia mai "nel mezzo", ma consideri sempre dei punti di partenza e di arrivo.

guarda che hegel nella logica dice il contrario.
il sapere è nel mezzo, perchè altrimenti l'assoluto sta fuori dal sapere :woot: (tra l'altro qui si potrebbe pure citare il famoso e spesso incompreso distico hegeliano: ciò che razionale è reale, ciò che è reale è razionale ;) )
hegel sarà pure un idiota, ma fargli dire che l'assoluto è l'idea e l'idea sta fuori dal sapere e che io però la so, no...
non è proprio possibile!!
l'assoluto è l'idea e l'idea che anzi si aliena nella natura, io sono una determinazione.
e i punti di partenza e d'arrivo si considerano sì ma in sè gli opposti sono identici (altro discorso il per-sé ;)).
ora siccome gli opposti sono in-sè identici possiamo pensare ad un nuovo rapporto oppositivo: gli opposti da una parte e il "nel mezzo" dall'altra.
questa nuova accoppiata è di nuovo una coppia di opposti che sono in-sé identici, ma per-sé differenti...
resta quindi un identico in-sè che nel per-sé le ricche determinazioni differenti e concrete. (se ci pensi abbiamo già lo schema: universale, generale, particolare. e si potrebbe ancora scendere, ma io non ricordo tutto l'argomento hegeliano. spero di cercarlo in questi giorni)

CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La scienza è relazionale nella sua forma, ed è quindi altrettanto hegeliana. Nietzsche mostra (proprio nella gaia scienza) come alla base di questa relazione (che è poi la relazione del "vero") c'è una fede, e porta questo problema all'estremo. Ecco il metodo genealogico, ecco la differenza come costitutiva di relazione e non solo come interna alla relazione. Non sono i punti che definiscono le linee passanti fra due di essi, ma è su delle linee che i punti si concentrano strutturandosi.

on conosco l'argomentazione di Nietzsche di cui mi parli.
ma io queste cose, di cui mi parli e con cui concordo, le ritrovo già dentro hegel e husserl (un pò meno il discorso della fede, ma siamo lì).
in hegel infatti le linee sono la ragione, la sua storia e il cammino fenomenologico della coscienza verso il sapere assoluto.
in husserl invece queste linee vanno messe tra parentesi - l'epoché - perchè se ne possa guadagnare consapevolezza, e magari, cambiarle (sull'aspetto rivoluzionario dell'epoché ci sono testi bellissimi di enzo paci)

CITAZIONE
Noi vediamo delle relazioni, degli effetti, senza poter indagare le cause (tornando a Hume: perdendo la relazione con le cause e con il vero dell'essentia). Ecco una Differenza che sta a monte, che è una potenza (non c'è potenza in hegel, c'è solo attualità), che è una volontà di potenza.

si, è vero in hegel ci sta l'attualità, l'attualità della potenza però!

CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La volontà di potenza è un logos solo se intendi logos nel senso eracliteo o in senso molto finemente linguistico (nel senso di scrittura=differenza, anche se Derrida stesso mi pare che intenda con logos solo il linguaggio). strutturalista). Non è un logos se lo intendi come struttura relazionale. La differenza è quell'impensabile che dà da pensare, quel fuor di relazione che costringe a strutturare in relazioni. Unire i due è neutralizzare la potenza e la virtualità, è attualizzare, dialettizzare, scientificizzare.

si, intendo logos proprio in senso eracliteo.
ma ho seri dubbi sulle nostre capacità di ripensare il logos eracliteo in senso eracliteo ;).
in ogni caso l'impensabile che si da da pensare è già kantianamente inquadrato nelle mie categorie. non sarà un concetto dell'intelletto, però forse ideale regolativo della ragione si ;).
forse dobbiamo imparare a pensare che il conoscere non è sempre un fissare.

CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
Tornando un momento a Husserl: è vero che la relazione si descrive soltanto, che equivale a guardare degli effetti comparativamente, ma questo è eseguito integralemente solo se si evita di assolutizzare la relazione portandola allo stato di "relazione a" qualcosa di unico (generalmente il soggetto), ovvero se si evita di andare a ricercarne delle cause efficienti che trascendono l'equilibrio osservato. Questa sarebbe la virtualità fasulla di hegel: il punto nelle cose e le cose nel punto. Pensa invece alla coesistenza come è sviluppata da Bergson, sotto una forma contrattiva, ecco una immanenza di eredità spinoziana in cui le relazioni sono veramente del tutto descrittive, veramente immanenti (cioè relative solo a se stesse) e in cui la virtualità potenziale ha tutto il suo spazio di proliferazione come creazione. Una gaia scienza.

la comparazione è una cosa che ad husserl non va mai tanto a genio. il confronto tra 2 sangiorgio è nella mia testa, non certo davanti ai miei occhi - pure se di sangiorgio ne ho 2!!!!
husserl ha sempre avuto delle grane con il rapporto di causa-effetto.
dire causa e dire effetto, per quanto siano inscindibilmente uniti (anzi husserl ad un certo punto dice che è lo stesso), significa prendere un fenomeno X e attribuirgli un primato ontologico, gnoseologico o come meglio preferisci, rispetto ad un fenomeno X1.
ma, si domanda Husserl; noi vediamo nei fenomeni questo prestigio?
noi vediamo la legge gravitazionale che fa sorgere il sole?
per nulla! noi vediamo un sole che sorge, che compie un moto, magari è sempre lo stesso, però possiamo dire: poichè è sempre stato lo stesso allora sarà lo stesso anche in futuro.
ma questo per husserl è arbitrario. noi possiamo solo dire, che siccome lo è stato, noi giustifichiamo (facciamo passare per giusto) una nostra presunzione.
ma chi l'aveva dette prima queste cose? ah si, lo zio dave hume!
husserl qui riprende hume in modo pazzesco.
la legge matematica è solo una traduzione di una serie di osservazioni. nel tradurre io però compio un errore: ci proietto il futuro.
su bergson, mi permetto di prendermi del tempo, non conoscendo così bene l'autore da poter rispondere subito.

Forse risulterà addirittura che l’atteggiamento fenomenologico totale e l’epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzitutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa, ma che, al di la di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all’umanità come tale.
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CITAZIONE
La differenza è quell'impensabile che dà da pensare

CITAZIONE
in ogni caso l'impensabile che si da da pensare è già kantianamente inquadrato nelle mie categorie. non sarà un concetto dell'intelletto, però forse ideale regolativo della ragione si

premetto che deridda non lo conosco e husserl non in modo approfondito, inserisco comunque una cosa rispetto a questo tema dell'impensabile così come l'ho capito io leggendo Nietsche, non so se correttamente o meno:
a me Nietzsche, nella Gaia Scienza, sembra prospettare che quello che indichiamo con impensabile, è un già un pensato, ma non ancora saputo.

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CITAZIONE (alice_w @ 25/10/2009, 12:50)
premetto che deridda non lo conosco e husserl non in modo approfondito, inserisco comunque una cosa rispetto a questo tema dell'impensabile così come l'ho capito io leggendo Nietsche, non so se correttamente o meno:
a me Nietzsche, nella Gaia Scienza, sembra prospettare che quello che indichiamo con impensabile, è un già un pensato, ma non ancora saputo.

nulla di nuovo rispetto alla distinzione, inaugurata da kant, tra intelletto e ragione :o:

Forse risulterà addirittura che l’atteggiamento fenomenologico totale e l’epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzitutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa, ma che, al di la di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all’umanità come tale.
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La carne al fuoco aumenta esponenzialmente! :P

Partiamo da Hegel.
Tu prima dicevi che l'Assoluto è il negativo, non sono ferratissimo su hegel, ma non sono sicurissimo che sia così, correggimi se sbaglio: il negativo è l'antitesi nella dialettica, e l'assoluto è il terzo stadio in cui i due opposti coincidono. Il negativo non è l'assoluto. Egualmente il sapere non riesce mai a stare "nel mezzo", ma semplicemente riempe infinitamente lo spazio con circoli (luoghi di punti) concentrici sempre più grandi. Quando si postula la coincidenza degli opposti nell'in-sé, lontano dall'idea eraclitea di polemos, si esaurisce totalmente la potenza in nome dell'attualità: se il punto d'arrivo è un punto (ancorchè di estensione infinita ecc...) tutto il reale è razionale, e niente sfugge alla relazionalizzazione dello spazio. L'irrazionale o la Differenza è quanto si intrufola invece nel mezzo, quanto rende il divenire folle e indialettizzabile. Questa è la linea che non sottosta più ad una descrizione segmentaria (basata sui punti degli estremi) ma che li genera, una volontà di potenza incompatibile con ogni assoluto.

La gaia scienza non si può capire con le categorie kantiane nè con quelle husserliane. Il conoscere è sempre un fissare, sempre, anche e soprattutto quando si vuole fissare il divenire come fa Hegel (qui Heidegger è esemplare nelle sue analisi). Quella differenza che ci costringe a pensare e che non si ridurrà mai ad un concetto sufficiente, può assomigliare semmai ad una dialettica negativa (con tante riserve), o meglio ancora ad una volontà nostalgica eternamente ripetentesi, alla ricerca della sua origine per chiudersi, ma destinata a vagare per sempre, perchè la sua nostalgia è di qualcosa che non fu mai, un irripetibile che sta fuori dal sapere (sta "nel mezzo" per l'appunto). Kant non ha mai neanche sfiorato questi problemi. E' una gaia scienza che sa di arte, che ha la medesima potenza del falso e della creatività dell'arte, e che perciò è il compimento della fede originaria nel ripetersi dei fenomeni nel mondo, e perciò è l'eterno ritorno come suggello di un'esistenza sempre mancante di sé, un ritorno della Differenza come dice Deleuze (contro l'interpretazione "metafisica" della VdP in Heidegger).

Il problema dei sangiogio è un buon esempio. I due sangiorgio e la loro relazione non sono nè davanti ai miei occhi, nè nella mia testa, sono delle affezioni di cui io percepisco il potenziamento o il depotenziamento che sperimento prospetticamente, pensa ad un modello spinoziano. La volontà di potenza è questo, è una certa sostanza immanente di forze che sviluppa l'apparenza delle relazioni (e dei soggetti). Ma le relazioni sono sempre solo la seconda forma di conoscenza, la terza supera la scienza verso una sintomatologia pura in cui non c'è che da suggellare il tutto.

In conclusione, il problema è sempre lo stesso: se io anzichè pensare l'immanenza della differenza, ne faccio una trascendenza, tutta la potenza evapora all'istante. Conoscere le relazioni fra le cose non mi darà mai la potenza dell'amor dei intellectualis, ma solo la volgarità di una potenza metafisica di dominio dell'ente, ivi compresa la filosofia di Husserl che pur navigando ambiguamente dal punto di vista etico, non si sottrae al problema dualistico di cui stiamo parlando di là.

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CITAZIONE
Tu prima dicevi che l'Assoluto è il negativo, non sono ferratissimo su hegel, ma non sono sicurissimo che sia così, correggimi se sbaglio: il negativo è l'antitesi nella dialettica, e l'assoluto è il terzo stadio in cui i due opposti coincidono. Il negativo non è l'assoluto. Egualmente il sapere non riesce mai a stare "nel mezzo", ma semplicemente riempe infinitamente lo spazio con circoli (luoghi di punti) concentrici sempre più grandi.

hegel chiama da una parte il "per-sé" come "negativo" ma è anche vero che lo chiama "momento dialettico"..
ora sarebbe veramente goliardico pensare all'assoluto (la sintesi, come la chiami tu, ma non hegel) come qualcosa che non contenga il negativo e sia esso stesso negativo (in quanto anche positivo ovvero nè positivo nè negativo).
anzi sarebbe più corretto considerare l'assoluto il negativo del negativo, la negazione della negazione.
l'assoluto dice hegel è da considerarsi risultato (pref. fenomenologia dello spirito), il perchè è presto detto:
se il procedimento che porta al risultato è fuori dal risultato il risultato non è tale.
5 = 2 + 3.
il 2 trapassa nel 3 e nasce il 5.
il 5 ha inglobato il 2 e il 3.
l'assoluto si è fatto così storia, una storia che è gesti e narrazione di gesti.

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L'assoluto è negativo di negativo, fin qui ci siamo, ergo è positivo tanto quanto è negativo, mantiene in sè la coincidenza degli opposti.
Ma è proprio qui la neutralizzazione del negativo, è nel sorgere dell'assoluto come trascendenza.
E' vero che Hegel parla di immanenza quando definisce il suo sistema, ma questo perchè intende immanenza in un senso molto blando. Il 5 è immanente al due e al tre non perchè sia il risultato della loro addizione (addizione-sintesi eseguita da chi? dallo spirito che trascende!), ma solo per questioni di consistenza sostanziale o potenziale. Non c'è storia.

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non spirito trascendente, ma dallo spirito trascendentale!
poi puoi far dire ad hegel quel che ti pare

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CITAZIONE (EgoTrascendentale @ 26/10/2009, 23:58)
non spirito trascendente, ma dallo spirito trascendentale!
poi puoi far dire ad hegel quel che ti pare

Errore terminologico su cui hai ragione, ma concettualmente per il discorso che proponevo non fa differenza: il trascendentale appartiene a quella immanenza blanda di cui parlavo, in cui un piano di immanenza viene "riferito a" qualcosa/qualcuno (uno spirito trascendentale che compia la sintesi in questo caso). Giriamo sempre intorno al problema relazionale e scientifico. Anche in Kant si parla di immanenza del tribunale della ragione, e più in generale tutti i filosofi hanno tentato di dare un manto di immanenza alle loro filosofie, ma è solo uscendo dal relazionale di cui abbiamo discusso negli ultimi post che credo si possa davvero parlare di immanenza.
Su questi problemi Deleuze è andato più avanti di chiunque altro, io mi affido molto al suo pensiero che nel caso ti interessasse ti invito ad approfondire, proprio come esempio di gaia scienza filosofica.

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