CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La differenza in senso hegeliano è una differenza di matrice relazionale, e vale il discorso del negativo e dell'assoluto, che dimostra ancora come il pensiero di Hegel non stia mai "nel mezzo", ma consideri sempre dei punti di partenza e di arrivo.
guarda che hegel nella logica dice il contrario.
il sapere è nel mezzo, perchè altrimenti l'assoluto sta fuori dal sapere

(tra l'altro qui si potrebbe pure citare il famoso e spesso incompreso distico hegeliano: ciò che razionale è reale, ciò che è reale è razionale

)
hegel sarà pure un idiota, ma fargli dire che l'assoluto è l'idea e l'idea sta fuori dal sapere e che io però la so, no...
non è proprio possibile!!
l'assoluto è l'idea e l'idea che anzi si aliena nella natura, io sono una determinazione.
e i punti di partenza e d'arrivo si considerano sì ma in sè gli opposti sono identici (altro discorso il per-sé

).
ora siccome gli opposti sono in-sè identici possiamo pensare ad un nuovo rapporto oppositivo: gli opposti da una parte e il "nel mezzo" dall'altra.
questa nuova accoppiata è di nuovo una coppia di opposti che sono in-sé identici, ma per-sé differenti...
resta quindi un identico in-sè che nel per-sé le ricche determinazioni differenti e concrete. (se ci pensi abbiamo già lo schema: universale, generale, particolare. e si potrebbe ancora scendere, ma io non ricordo tutto l'argomento hegeliano. spero di cercarlo in questi giorni)
CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La scienza è relazionale nella sua forma, ed è quindi altrettanto hegeliana. Nietzsche mostra (proprio nella gaia scienza) come alla base di questa relazione (che è poi la relazione del "vero") c'è una fede, e porta questo problema all'estremo. Ecco il metodo genealogico, ecco la differenza come costitutiva di relazione e non solo come interna alla relazione. Non sono i punti che definiscono le linee passanti fra due di essi, ma è su delle linee che i punti si concentrano strutturandosi.
on conosco l'argomentazione di Nietzsche di cui mi parli.
ma io queste cose, di cui mi parli e con cui concordo, le ritrovo già dentro hegel e husserl (un pò meno il discorso della fede, ma siamo lì).
in hegel infatti le linee sono la ragione, la sua storia e il cammino fenomenologico della coscienza verso il sapere assoluto.
in husserl invece queste linee vanno messe tra parentesi - l'epoché - perchè se ne possa guadagnare consapevolezza, e magari, cambiarle (sull'aspetto rivoluzionario dell'epoché ci sono testi bellissimi di enzo paci)
CITAZIONE
Noi vediamo delle relazioni, degli effetti, senza poter indagare le cause (tornando a Hume: perdendo la relazione con le cause e con il vero dell'essentia). Ecco una Differenza che sta a monte, che è una potenza (non c'è potenza in hegel, c'è solo attualità), che è una volontà di potenza.
si, è vero in hegel ci sta l'attualità, l'attualità della potenza però!
CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
La volontà di potenza è un logos solo se intendi logos nel senso eracliteo o in senso molto finemente linguistico (nel senso di scrittura=differenza, anche se Derrida stesso mi pare che intenda con logos solo il linguaggio). strutturalista). Non è un logos se lo intendi come struttura relazionale. La differenza è quell'impensabile che dà da pensare, quel fuor di relazione che costringe a strutturare in relazioni. Unire i due è neutralizzare la potenza e la virtualità, è attualizzare, dialettizzare, scientificizzare.
si, intendo logos proprio in senso eracliteo.
ma ho seri dubbi sulle nostre capacità di ripensare il logos eracliteo in senso eracliteo

.
in ogni caso l'impensabile che si da da pensare è già kantianamente inquadrato nelle mie categorie. non sarà un concetto dell'intelletto, però forse ideale regolativo della ragione si

.
forse dobbiamo imparare a pensare che il conoscere non è sempre un fissare.
CITAZIONE (Sgubonius @ 24/10/2009, 19:38)
Tornando un momento a Husserl: è vero che la relazione si descrive soltanto, che equivale a guardare degli effetti comparativamente, ma questo è eseguito integralemente solo se si evita di assolutizzare la relazione portandola allo stato di "relazione a" qualcosa di unico (generalmente il soggetto), ovvero se si evita di andare a ricercarne delle cause efficienti che trascendono l'equilibrio osservato. Questa sarebbe la virtualità fasulla di hegel: il punto nelle cose e le cose nel punto. Pensa invece alla coesistenza come è sviluppata da Bergson, sotto una forma contrattiva, ecco una immanenza di eredità spinoziana in cui le relazioni sono veramente del tutto descrittive, veramente immanenti (cioè relative solo a se stesse) e in cui la virtualità potenziale ha tutto il suo spazio di proliferazione come creazione. Una gaia scienza.
la comparazione è una cosa che ad husserl non va mai tanto a genio. il confronto tra 2 sangiorgio è nella mia testa, non certo davanti ai miei occhi - pure se di sangiorgio ne ho 2!!!!
husserl ha sempre avuto delle grane con il rapporto di causa-effetto.
dire causa e dire effetto, per quanto siano inscindibilmente uniti (anzi husserl ad un certo punto dice che è lo stesso), significa prendere un fenomeno X e attribuirgli un primato ontologico, gnoseologico o come meglio preferisci, rispetto ad un fenomeno X1.
ma, si domanda Husserl; noi vediamo nei fenomeni questo prestigio?
noi vediamo la legge gravitazionale che fa sorgere il sole?
per nulla! noi vediamo un sole che sorge, che compie un moto, magari è sempre lo stesso, però possiamo dire: poichè è sempre stato lo stesso allora sarà lo stesso anche in futuro.
ma questo per husserl è arbitrario. noi possiamo solo dire, che siccome lo è stato, noi giustifichiamo (facciamo passare per giusto) una nostra presunzione.
ma chi l'aveva dette prima queste cose? ah si, lo zio dave hume!
husserl qui riprende hume in modo pazzesco.
la legge matematica è solo una traduzione di una serie di osservazioni. nel tradurre io però compio un errore: ci proietto il futuro.
su bergson, mi permetto di prendermi del tempo, non conoscendo così bene l'autore da poter rispondere subito.
Forse risulterà addirittura che l’atteggiamento fenomenologico totale e l’epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzitutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa, ma che, al di la di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all’umanità come tale.
E. Husserl - la Crisi delle scienze europee e la Fenomenologia trascendentale